news_0004 - A.S.D. Atletica Racconigi

Vai ai contenuti

Menu principale:

news_0004

Livello 4 > news

  La disfida di Barchi


L’anima e la natura evidente di questa gara rifulge intera sul volto di Daniele quando lo incontro a Mondiano, dove alloggia, per consegnargli il pettorale. Tutti e due, in istanti diversi, siam saliti lungo i colli di Fano per la via che da San Costanzo a Cerasa a Piagge a San Giorgio ad Orciano a Mondiano conduce poi fino a Barchi.
 L’incarnato già chiaro di Daniele riluce di più, abbacinato dallo sbalordimento. "È una gara da matti!". Son troppo vivi in me gli insegnamenti d’un padre psichiatra per poterlo contraddire. "Da matti scatenati", confermo. E dire che non abbiamo ancora visto tutto: non siamo ancora saliti fino a Barchi, l’ultima inerpicata rampa. La partenza è lì, giusto sul declivio in acciottolato antistante la porta dell’antichissimo borgo silenzioso. Fino ad un’ora prima della partenza a Barchi regna una pace arcaica, perfetta, indicibile. La gente di queste parti è famosa perché non perde mai le chiavi di casa. Le lascia sempre nello stesso posto: nella toppa esterna.
 Alle 8 di mattina di domenica 6 maggio la pace di Barchi spalanca gli occhi sui fiati dei primi atleti in riscaldamento. La pace non si turba, non si increspa, non si infrange: allarga solo l’abbraccio ad un istante di umana passione, a un quarto d’ora di frenesia, a pochi minuti di fragore. Perché ci intruppiamo ormai nel triangolo scosceso che dalle mura del borgo si affusola verso la linea di partenza. Negli imbuti è così: si entra dalla parte larga; si esce dalla parte stretta.
 Lo spasimo pre-start è avvolto in una nuvola di bolle di sapone che rendono fiabesco il cunicolo in cui ci stiamo per gettare. Il tuono dei cuori è travolto dalla fanfara dei bersaglieri, e subito dopo stravolto dal Final count-down degli Europe.
 Poi tutto finisce brutalmente. Qui il ‘Via!’ non lo danno con pistole tecnologiche o con trilli elettronici. No: usano una ciclopica spingarda di fine ‘500. Tanto perché anche i duri d’orecchie capiscano che comincia una guerra: silenziosa, interiore, di ognuno contro se stesso; ognuno a scavare la propria pietra per liberare la nobiltà che da qualche parte, là sotto, è tumulata. Partiti: sul primo declivio giù a 3’20"/km per scrollarci il sudore accumulato a grumi dentro l’imbuto.
 Spieghiamoci tra podisti: la strada tra Fano e Barchi è un anaconda di 42 chilometri abbondanti. Certo: scende da Barchi a Fano; ma, per entrare nei 6 borghi si impenna spesso in modo ripidissimo, e con scarti repentini: le città di allora non volevano turisti perdigiorno e spendaccioni ma temevano la morte improvvisa e razziatrice; non avevano tangenziali ma rampe per muli. A Mondiano, che era una fortezza inespugnabile piena di trabocchetti e botole e macchine da guerra, si sale due volte. La prima lungo l’esterno delle mura monumentali; poi, quando credi di andartene, ritorni su, nel perimetro interno della fortezza, dove riposano antiche ed immani macchine da guerra; per un istante, durante quella guerra interiore (Mohamed direbbe: jihad, parola bellissima ma manomessa dalla storia recente) che è la maratona, le macchine belliche ci ricordano che una legge dell’esistere è dar morte o subirla; ma correre una maratona è uno dei pochi modi disponibili per intuire, dentro la fatica e l’apnea ed il rantolo, una armonia diversa e cogente che, sola, sa neutralizzare quella legge.
 L’anaconda poi continua così, inerpicandosi con le sue volute e riprecipitando, senza dimenticare il vortichìo di scale, gradoni, scarti e scatti all’interno dei borghi, per quei vicoli dove t’accorgi che niente è cambiato: un uomo del Medio Evo occupava lo stesso spazio di un maratoneta; se allargava i gomiti se li smangiava contro i muri, come è capitato a me.
 Dopo 25 chilometri di questa altalena ci son dei muscoli sempre docili e pacifici che all’improvviso pretendono di rilasciare interviste forsennate, e ti urlano dentro la persona, anche se tu sorridi ai buoni marchigiani e dai il cinque ai bimbi imbandierati; e ci sono altri muscoli che dichiarano la loro morte improvvisa e irreversibile. Allora capisci la estrema sintesi del grande Calcaterra, recente campione mondiale della 100 km: "Alla Collemarathon un top runner africano fa 2h20’; un superman bianco fa 2’30’". Infatti: la gara che vi sto narrando l’ha vinta il burundese Joachim Nshimirimana in 2h19’01"; primo degli italiani (e dei bianchi) Diego Abbatescianni in 2h29’43".
 Quando esci da Cerasa ti prende l’euforia. Sì, perché vedi davanti a te una blanda discesa (che per un corpo sfiancato è molto meglio e molto più veloce d’una discesa ripida); poi, là in fondo, intravvedi il mare. Cocente delusione: al fondo della discesa non vedi più il mare; svolti: e ti aspetta una salita di sei interminabili chilometri. E’ – per noi che non siamo superatleti ma solo podisti travolti d’insana passione, padri di famiglia, nonni, amanti attempati – lo snodo della gara. Qualcuno ch’era stato in gruppo a lungo con noi svanisce; altri, rari ma saldi, appaiono; e impercettibilmente se ne vanno.
 Le creste dei colli son ventosissime. Dentro le folate Daniele ed io procediamo uniti, come se un intuito telepatico temperasse la mia sventatezza (che m’ha quasi ucciso l’anno scorso, a Porto san Giorgio) con la sua cautela (memore della trafittura muscolare patita un anno addietro a Piacenza). Forse abbiam perso un treno giusto (che ci anticipa di 3 minuti al traguardo); certo non ne abbiam presi tanti sbagliati (riportati a casa dall’affollatissimo furgone del Recupero Atleti).
 L’avvicinamento alimentare meditato da Susanna prevedeva per noi, la sera del 5, bresaola abbondante, 300gr di taglierini freschi con sugo di formaggio magro misto a semolino, banana. Deve aver funzionato perché arriviamo vivi al 31°, attraversamento del Metauro. Annibale doveva aver mangiato almeno 600gr di taglierini al sangue di elefante selvatico, perché, giunto al Metauro, si è fermato ed ha fatto una carneficina. Meno calorici, più pacifici ma sufficientemente in forze Daniele ed io abbiam solo continuato a correre, ignorando al meglio un suo mancamento al 34° ed un mio crampo al quadricipite al 37°. Non potevamo venir meno proprio lì, perché siam gentiluomini, diamine!: avevamo un appuntamento giusto al 38°, angolo Corso Battisti, con Daniela e Susanna. È quello il crocevia che immette nel dedalo di Fano antica.
 Un grande peccatore ha osservato che pensar male è peccato, però spesso ci si azzecca. Io non so, ma all’improvviso in quel viluppo di viuzze coi mattoni a vista ed il selciato in pietra, tra il 39° ed il 40°, appaiono improvvisi alcuni atleti con pettorale e chip; uno di loro, capelli bianchi e bandana, è freschissimo. Ma non ho proprio tempo di colpevolizzarmi per i pensieri malvagi che, con le sue ultime forze, il mio cerebro sbrodola. Sento Daniele un metro alle mie spalle. Un cenno d’intesa. Stiamo per imboccare il lunghissimo pontile della Marina dei Cesari che condurrà al traguardo. I due atleti che sono ora lì davanti NON DEBBONO giungere prima di noi. Tanto più che hanno i capelli bianchi e potrebbero essere della mia categoria. Controllo il crampo e aumento l’intensità. Sempre di più. Infilo il primo. Infilo il secondo (che rantola come il lupo della Spada nella Roccia). Penultima svolta sul pontile. C’è una passerella rumorosissima. Se mi giro cado. Non mi giro. Dietro di me risuonano passi potenti. Vicinissimi. Ultima svolta a destra. Non vedo il traguardo. Normale: io ho traveggole negative; non vedo quel che c’è. Più frequente, nella razza umana, il fenomeno opposto, la traveggola positiva: vedere quel che non c’è.
 Come è accaduto lungo tutta la gara è di nuovo Daniele a riportarmi a terra. Mi stringe la destra. Siamo a 50 metri dalla fine. Come abbiam corso, così arriviamo: congiunti. Il tempo è buono, forse molto buono, dato il percorso: 3h13’35", che diventerà 3h13’28" al Real Time.
 E’ finita. Dopo i gel, i sali, l’arsura, gli spugnaggi, i sorsi rubati, finalmente acqua. Tanta acqua.
 Stiamo lì qualche minuto, sul telo gettato nell’erba, coi piedi fumanti ed i pensieri inceneriti. Si presentano due giovani aitanti, vestiti con elegante sobrietà. Hanno il volto lucente ma, mi vien di pensare, vagamente risentito. Ci mostrano dei fogli. Ah! È il loro contratto di lavoro. Sono i nostri angeli custodi. Ci fanno vedere nel dettaglio: le varie clausole contrattuali non prevedono questi straordinari. La prossima volta ci aggiustiamo da soli.
Va bin?
I soma capisse?
Va bin. Svaniscono nella folla, tra le urla dello speaker.

Questa straordinaria maratona è finita. L’organizzazione, voglio dirlo, è stata perfetta. Non perfetta come un gioiello della tecnologia ma come un perfetto pane perfettamente partorito dal forno a legna. Una organizzazione mai meccanica, mai fredda. Gestita e riscaldata da uomini e donne che amano l’umanità più dell’organizzazione stessa. Un segreto semplice. Un segreto, qui a Barchi e a Fano, interamente svelato.

 Poi è pasta-party. Pasta e vino, acqua e pane dicono che l’uomo è vivo; e che la vita, dopo una breve sincope, rinasce.

 Di quella sincope, però, a me e Daniele resta un’insaziabile nostalgia.


Torna ai contenuti | Torna al menu