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  I miracoli di Cimaferle


Cimaferle è un picco che si leva sulle colline acquesi; poiché nel nostro mondo tutto va catalogato e schedato, Cimaferle risulta frazione del comune di Ponzone. L’ombroso declivio di Cimaferle offre dovizia di funghi; la perizia umana, sposata mirabilmente all’eccellenza delle risorse naturali, forgia a Cimaferle salumi indimenticabili. Questi scarni dati onde offrire, per sommi capi, la collocazione geoculturale del miracolo cui ho assistito.
Bene: ogni anno, la prima domenica di settembre, la grande tradizione podistica acquese celebra la scalata Acqui-Cimaferle. E’ ormai una gara ‘classica’ che, oso affermare, non dovrebbe mancare dal palmarès d’ogni podista sinceramente appassionato. A somiglianza d’un’altra celebre scalata, l’ascesa imperiese del Monte Faudo, questa competizione richiama atleti più e meno giovani, più e meno gloriosi dal Piemonte intero e da un ampio bacino extra-regionale. Si parte dall’ombra del ponte Romano e si giunge sin dentro la nebbia del picco. Son 16800 metri (dichiarati; ma il mio Garmin, che è un libero pensatore, ne ha contati 300 di meno: si vede che son diventato bravo in curva) con un dislivello di quasi 700. Vi son rampe feroci, come i primi 4 km fino a Cavatore, scollinamenti improvvisi, ascese apparentemente blande ma interminabili e leste a chiedere il conto ai popliti esplosi, nuovi repentini inarcamenti nei chilometri prossimi all’arrivo (provvidenzialmente collocato tra la Croce Rossa ed il Cimitero).
Chiedo ospitalità sul sito societario, tuttavia, non per narrare una gara o render conto d’un risultato, che magari figurerà in qualche altra sezione: tutto passa in secondo piano a fronte del miracolo cui ho assistito e di cui son stato testimone oculare.
A un certo punto siam tutti lì imbrancati, alle nove meno 10, e facciamo gli ultimi passi di riscaldamento, proviamo un allungo, sorbiamo qualche stilla energetica. Ma all’improvviso si pietrifica il mantice collettivo (il canto dei fiati è una delle peculiarità più struggenti della mandria podistica), s’azzera il chiacchiericcio; il magma dei corpi s’apre come il Mar Rosso davanti a Mosè. Transita una fanciulla bionda, minuta, ridente, quasi goffa per l’enorme fardello di buonumore che si porta addosso. E’ Valeria Straneo, una delle migliori notizie della malconcia atletica italiana degli ultimi anni. La sua è una storia non di straordinarietà inavvicinabile, ma di normalità e quotidianità che s’alleano col coraggio e la determinazione per sventare il macigno del dramma. Valeria, 36 anni, alessandrina, non è una atleta super protetta e tutelata da un gruppo sportivo militare. Non ha un posto fisso garantito dallo Stato. Dopo un debutto promettente ai rimpianti Giochi della Gioventù Valeria vede frenati i suoi primi successi dal manifestarsi d’una patologia subdola, d’origine genetica, la sferocitosi, che compromette l’efficienza dei suoi eritrociti. Non si perde d’animo, sospende le gare per un lungo periodo, fa due figli, tira avanti da precaria nella scuola. Poi prende il male per le corna: sceglie la via radicale, la splenectomia, e cioè deposita in sala operatoria la sua milza (divenuta nel frattempo un cetriolo paonazzo di un chilo e otto etti). E ci riprova: fa 1h07’47” alla mezza maratona Roma-Ostia. Sorvoliamo sui sussurri delle malelingue che alludono subito a chissà quali alchimie deformanti il suo quadro ematico: a quel livello, nella pur scalcagnata Italia, chi bara vien preso; oppure non si ripete per timore d’esser preso alla seconda prova. Gli esempi abbondano e non li vogliamo nemmeno citare. Valeria non ha paura di essere presa; e infatti a metà aprile va a Rotterdam e fa il record italiano in maratona, 2h23’44”. Nelle sue tasche si materializza il biglietto per Londra, dove giunge prodigiosamente ottava (secondo miglior risultato olimpico femminile di sempre in maratona). Le altre italiane, più titolate di lei, sprofondano in posizioni di rincalzo; davanti a lei una etiope, una keniana, una russa ed una ucraina nerborute e giovani, la grande ma forse ancora inespressa Mary Keitany, una umanoide insondabile del pianeta Cina, una rappresentante della grande tradizione lusitana. Alle sue spalle altre keniane, altre etiopi, tutte le nordafricane.
Valeria Straneo però non è, cocciutamente non è una superatleta. E’ una ragazza, è una mamma mandrogna. Vuole correre anche la Acqui-Cimaferle. Lo dice candida agli organizzatori Zunino, Chiesa e Zendale: “Ho visto che ce la facevo, che avevo qualche ora, e allora son venuta. Ma non mi sono iscritta! Mi fate correre lo stesso? Mi spiaceva troppo non esserci”. Gli organizzatori non ci mettono tanto a farsi convincere. Le trovano un bel pettorale 0 per dire Zero, fuori categoria. Io, per esempio, ho sulla pancia una grossa E, che è un simbolo gentile per dire la brutale verità: che sono un maschio tra i 55 ed i 59.
Su tutti noi, che stiam per partire e che siamo un po’ nervosi al pensiero di quel che ci attende, piove una polvere d’oro. Non è bello: è impagabile sapere che lì, nel branco dei fiati che cercano l’estremo equilibrio tra i passi e l’onda invisibile del sangue, c’è anche chi potrebbe essere altrove ma ha scelto con fierezza ed allegria l’umiltà di questa corsa collinare.
Della gara, ho detto, non parlo. Valeria mi passa al fianco tra il 5° ed il 6° chilometro. E’ minuscola, elastica, armonica. E’, soprattutto, concentrata, come se preparasse la volata della prossima Olimpiade.
Finita l’ascesa Valeria corricchia con noi, che defatichiamo strabici ed invasati. La accosto, le stringo la mano. Mi viene naturale, le porgo la gratitudine e il saluto della Atletica Racconigi. Ed il mio. Il saluto del Podista Ignoto. Lei ride all’idea del Podista Ignoto. Mi dice: “Salutami l’Atletica Racconigi! Bella, ‘sta gara! Sai: io vengo di qui. Sto bene solo tra di voi”.
Miracolo a Cimaferle.

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